O haver

lunedì 23 agosto 2010

Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:
- Pietà! perché essi non hanno colpa d’esser nati…

Resta quest’antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
di ferire toccando, questa forte mano d’uomo
piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.

Resta quest’immobilità, questa economia di gesti
Quest’inerzia ogni volta maggiore di fronte all’infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l’inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.

Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
del tempo, questa lenta decomposizione poetica
in cerca d’una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.

Resta questo cuore che brucia come un cero
in una cattedrale in rovina, questa tristezza
davanti al quotidiano; o quest’improvvisa allegria
di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria…

Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
questa collera di fronte all’ingiustizia e all’equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
pena di se stesso e della sua forza inutile.

Resta questo sentimento dell’infanzia sventrato
di piccole assurdità, questa sciocca capacità
di rider per niente, questo ridicolo desiderio d’esser utile
E questo coraggio di compromettersi senza necessità.

Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar ad essere
e allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità
con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.

Resta questa incoercibile facoltà di sognare
di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
di non accettarla se non come è, e quest’ampia visione
degli avvenimenti, e questa impressionante

e non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
di mondi inesistenti, e questo eroismo
statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
cui i poeti a volte danno il nome di speranza.

Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti
di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
di non voler essere principe se non del proprio regno.

Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.


Vinicius De Moraes

Rantolato da amaramara alle 14:02 In Libri

Un albero,una strada,un rospo

mercoledì 17 febbraio 2010

Un tavolo da 7, tutti
che ridono forte, senza smetter,
in modo quasi assordante,
ma non c’è gioia nella loro risata,sembra meccanica.
Finzione e falsità
avvelenano l’aria.
Sembra che gli altri avventori non lo
notino.
Sono asfissiato dalle risate,
le viscere, il cervello, la mia coscienza,
mi vanno di traverso.
Sogno di prendere una pistola, di
avvicinarmi al tavolo
e di far saltare le loro teste,
una dopo l’altra.
Naturalmente, questo mi renderebbe
ancora più colpevole di loro.
Eppure, continuo a fantasticare e
poi capisco che pretendo troppo.
Avrei già dovuto capire
da un pezzo che è così
e basta:
che dappertutto ci sono tavoli da 2,
3,7, 10 o anche più
con gente
che ride senza motivo e senza gioia,
che ride per niente senza trasporto,
e che questa è una parte inevitabile di tutto,
come un albero, una strada, un rospo.

Ordino ancora da bere e
decido di non ucciderli, nemmeno
nella mia immaginazione.

Decido, invece, che sono un
uomo davvero fortunato:
il tavolo è a 7 metri di distanza.
Potrei essere a quel tavolo, seduto
con loro,
vicino alle loro bocche,
vicino ai loro occhi e alle loro orecchie
e alle loro mani,
e sentire realmente la conversazione
che provoca le loro risate
senza gioia.
Mi sono già trovato in molte situazioni simili
ed è stata una dura croce,
davvero.

Così, mi accontento della mia buona sorte
ma non posso fare a meno di chiedermi
se al mondo sia rimasto un angolo
con un tavolo da 7 dove
si provano sentimenti autentici,
dove c’è
una bella risata vera.
Spero di si.
Devo sperare di si.

Charles Bukowski

Una cena a sbafo.

Rantolato da amaramara alle 16:55 In Libri

Shantaram

mercoledì 23 luglio 2008

… di Gregory David Roberts

« Gli affamati, i morti, gli schiavi. Il ronzio quieto e ipnotico della voce di Prabaker. Esiste una verità più profonda dell’esperienza, che sta al di là di ciò che vediamo, persino di ciò che sentiamouna categoria di verità che separa ciò che è profondo da ciò che è soltanto razionale: la realtà dalla percezione. Di solito questa categoria di verità ci fa sentire inermi, e capita che. È il prezzo da pagare per conoscerla, come il prezzo da pagare per conoscere l’amore, sia più alto di ciò che i nostri cuori sono in grado di tollerare. Non sempre la verità ci aiuta ad amare il mondo, ma senza dubbio c’impedisce di odiarlo. L’unico modo di conoscerla è condividerla da cuore a cuore: proprio come Prabaker me l’ha raccontata, proprio come ora io la racconto a voi. »

All’inizio, quando amiamo veramente una persona, la nostra più grande paura è che smetta di amarci.

Ciò che invece dovrebbe davvero terrorizzarci è che non smetteremo di amarla, anche quando sarà scomparsa per sempre. Perché io ti amo con tutto il cuore, Prabaker.

Ti amo ancora.
E a volte, amico mio, l’amore che provo e non posso darti mi toglie il fiato.

A volte, come in questo momento, il mio cuore sprofonda in un abisso di pena dove non esistono le stelle, i sorrisi e il sonno.

(Gregory David Roberts)

Rantolato da amaramara alle 12:40 In Libri